Un nuovo paradigma per un mondo in cambiamento

di Alessandro Valera, Direttore di Ashoka Italia

Il mondo ha sempre conosciuto fasi di transizione. Tuttavia, il ritmo dei cambiamenti cui assistiamo oggi in ogni sfera del quotidiano non conosce precedenti nella storia e trasforma significativamente il nostro modo di vivere, lavorare e interagire.
In passato occorrevano millenni perché un’innovazione si diffondesse, generasse cambiamenti e diventasse poi norma condivisa e patrimonio di tutti. Negli ultimi cinquecento anni, invece, i tempi sembrano essersi accorciati: i millenni diventano secoli, i secoli decenni. Un report del  McKinsey Global Institute stima che, rispetto a  quanto avvenuto ad esempio con la rivoluzione industriale, il cambiamento sia oggi 10 volte più veloce, su dimensioni 300 volte più grandi e con un impatto 3000 volte maggiore. Venticinque anni fa ancora nessuno usava internet, dieci anni fa Twitter non esisteva. Oggi, il Presidente americano comunica principalmente attraverso questi canali: il cambiamento è diventato la nuova costante.

Un simile quadro richiede una nuova capacità di adattamento, poiché alcune trasformazioni si realizzano in un arco di tempo ben inferiore alla durata media della vita di una persona. Il mondo fondato sulla replica fedele di ciò che funzionava in passato sta lasciando il posto a uno nuovo, incentrato sulla capacità di risposta al cambiamento. Non esiste più una realtà in cui un bambino inizia a conoscere il mondo attraverso schemi e codici sociali che resteranno immutati; nessuno più impara un mestiere che sicuramente eserciterà invariato fino alla vecchiaia: oggi è necessario adeguarsi ripetutamente a cambiamenti non solo tecnologici, ma anche culturali, sistemici e mentali.

Il mondo fondato sulla replica fedele di ciò che funzionava in passato sta lasciando il posto a uno nuovo, incentrato sulla capacità di risposta al cambiamento: oggi è necessario adeguarsi ripetutamente a cambiamenti non solo tecnologici, ma anche culturali, sistemici e mentali.

Fino a non molte generazioni fa, come documenta lo storico Yuval Noah Harari, la maggioranza della popolazione mondiale doveva concentrare i propri sforzi quotidiani nel contrastare malattie, evitare di morire di fame o sopravvivere in uno stato di guerra semi permanente. Oggi - seppur lontani dall’avere debellato completamente il problema della fame, delle malattie o delle guerre - sappiamo che, in grande misura, le cause di tali calamità non sono un inevitabile destino, ma piuttosto frutto di errori o degenerazioni dell’intervento umano. L’epoca che stiamo attraversando ci permette e impone di concepire il nostro mondo come un organismo: un insieme di organi interconnessi, la cui sopravvivenza e prosperità è condizionata e resa possibile dal funzionamento armonico di ogni sua parte.

Ashoka nasce nel 1980, anno in cui non esistevano Twitter, computer, cellulari; quando ancora oltre il 40% della popolazione viveva in povertà assoluta, rispetto al 10% di oggi [1].
All’inizio degli anni Ottanta la risoluzione di problemi sociali era principalmente responsabilità di governi, istituzioni internazionali o gruppi religiosi. Tuttavia, uomini e donne anche senza affiliazioni politiche o religiose sceglievano individualmente di occuparsi di un problema sociale. Animati da grandi ideali, strategie vincenti e con i giusti alleati erano in grado di influire positivamente sulla vita di migliaia di persone.
Ashoka iniziò a “istituzionalizzare” il ruolo di queste persone dando loro un nome e un’identità, offrendo un supporto di tipo economico e organizzativo, inserendoli infine in una rete internazionale dentro la quale veicolare e diffondere le proprie idee e i propri metodi.

Ora, quarant’anni dopo, Ashoka è presente in oltre 90 paesi nel mondo. Non solo: migliaia di altre organizzazioni hanno abbracciato e fatto propria la missione di diffondere e sostenere l’imprenditoria sociale, centinaia di fondazioni hanno spostato il loro focus dalla beneficenza al sostegno di imprenditori sociali; il settore è ormai materia di studio in quasi tutte le università e i governi varano piani nazionali di sostegno all’innovazione sociale.

Quello che si è verificato nel corso di questi decenni è un cambio di paradigma. Ashoka è riuscita a modificare il sistema di convenzioni precedenti, raggiungendo il suo primo obbiettivo, quello del supporto all’imprenditoria sociale.
Ashoka ha poi ampliato e perfezionato le sue finalità: gli imprenditori sociali che oggi sceglie di sostenere non sono più soltanto modelli da rafforzare e diffondere, ma interlocutori capaci di indicare le traiettorie verso cui dirigere tale innovazione, imprenditori che sappiano essere modelli e guida per una società in transizione, dove realizzare cambiamenti positivi è possibile.

Secondo Frederic Laloux, autore di Reinventing Organizations, a ogni grande fase storico-economica della storia corrisponde l’emergere di un nuovo modello organizzativo che si traduce in un cambiamento non solo sociale ma anche psicologico ed emotivo. Noi vogliamo capire quali saranno gli elementi principali del nuovo modello.

In questo contesto Ashoka cerca alleati non solo tra gli imprenditori sociali (gli Ashoka Fellow) ma anche tra persone diverse, in settori quali scuole e università, aziende, media, istituzioni.
Così come nel corso degli anni la nostra organizzazione ha trasformato la narrazione del terzo settore inserendovi la figura dell’imprenditore sociale quale protagonista autonomo, allo stesso modo oggi Ashoka raggruppa i diversi Fellow che lavorano su problematiche simili per individuare cosa c’è in comune nelle loro innovazioni, per incoraggiarli ad uno scambio di idee e operatività. Secondo Frederic Laloux, autore di Reinventing Organizations, a ogni grande fase storico-economica della storia corrisponde l’emergere di un nuovo modello organizzativo che si traduce in un cambiamento non solo sociale ma anche psicologico ed emotivo. Noi vogliamo capire quali saranno gli elementi principali del nuovo modello.

Abbiamo indirizzato interesse e sforzi prima di tutto su i giovani e la scuola, campo in cui lavoravano attivamente già oltre 600 Fellow. Non ci occupiamo di riforme dell’istruzione, di introduzione della tecnologia nelle aule, o di competenze dettate dal mercato del lavoro. Della scuola ci interessa l’aspetto dell’innovazione e della formazione: guardiamo al settore educativo pensando al tipo di società che vorremmo.

Abbiamo indirizzato interesse e sforzi ai giovani e alla scuola. Della scuola ci interessa l’aspetto dell’innovazione e della formazione: guardiamo al settore educativo pensando al tipo di società che vorremmo.

Crediamo nell’educazione trasformativa. La formazione si fonda per noi su due elementi cardine: la pratica dell’empatia e l’autoimprenditorialità. L’empatia “trova casa” in qualsiasi contesto sociale, non necessita di riprogrammazione come avviene per la tecnologia. È fondamentale in quanto ci permette di “sentire l’altro” comprenderne i bisogni, ci spinge a progettare soluzioni nuove ed efficaci per sopperire alle sue necessità. In questo senso l’empatia è il primo passo verso l’autoimprenditorialità.
Per questo il nostro lavoro con le scuole non punta ad insegnare agli studenti questa o quella competenza, ma piuttosto ad aiutarli nel riconoscere e far emergere quelle abilità già presenti in ognuno di loro che li rendano consapevoli e capaci di inventarsi imprenditori di se stessi, preparati nel trovare strategie per cambiamenti positivi anche nelle proprie comunità e nei propri quartieri.

La visione di Ashoka di un mondo in cui tutti siano attori del cambiamento, in cui “everyone is a changemaker”, si realizzerà quando ciascuno, giovane o adulto, attivo nel profit o nel non-profit, impiegato o disoccupato, benestante o svantaggiato, si sarà unito in questo sforzo.

 


[1] Fonte: OurWorldinData.org, sulla base dei dati resi disponibili dalla World Bank. Disponibile alla pagina: https://ourworldindata.org/extreme-poverty


 

Articolo di Alessandro Valera

A cura di A.B. e C.M.M.