Everyone a Changemaker

Storia edita da un curatore
This article originally appeared on The New York Times

L'editorialista del The New York Times David Brooks ha dedicato alla visione di Ashoka un ottimo articolo (pubblicato in data 08/02/2018).


Di seguito la traduzione in italiano. 


Bill Drayton è la persona che ha coniato l’espressione “imprenditore sociale” e fondato Ashoka, l’organizzazione che supporta oltre 3.500 di queste figure, in 93 paesi. È una leggenda nel mondo del no profit, perciò ho voluto incontrarlo la scorsa settimana per vedere se avesse da offrire un po’ di chiarezza e speranza in questi tempi scoraggianti. Non ha deluso le aspettative.

Drayton crede che siamo nel mezzo di una necessaria ma dolorosa transizione storica. Per millenni la vita della maggior parte delle persone seguiva un percorso definito. Andavi a scuola per imparare un mestiere – fare il pane, coltivare o fare il contabile. Dopodiché entravi nel mondo del lavoro e potevi vivere una vita dignitosa adoperando le medesime capacità in modo ripetitivo lungo tutto il corso della tua carriera.

Ma al giorno d’oggi le macchine sono in grado di eseguire praticamente tutto ciò che è ripetitivo. Il nuovo mondo in cui viviamo richiede quindi un tipo di persona differente.  Drayton chiama questo tipo di persona changemaker.

I changemaker sono persone che sanno intravedere le dinamiche che li circondano, identificare i problemi in ogni situazione, intuire strategie per risolvere il problema, organizzare squadre di lavoro flessibili, guidare l’azione collettiva e poi continuare ad adattarsi a come la situazione evolve.

Per esempio, l’Ashoka Fellow Andrés Gallardo è un cittadino messicano che viveva in un quartiere caratterizzato da un alto tasso di criminalità. Ha creato una app, Haus, che permette alle persone di fare rete con i propri vicini. L’app ha un bottone antipanico, che avvisa chiunque nel vicinato che si sta verificando un crimine. Permette ai membri del vicinato di organizzarsi, chattare, condividere dati statistici sul crimine e lavorare insieme.

Per formare e guidare questa comunità all’interno della comunità, Gallardo aveva bisogno di possedere quello che Drayton chiama “un vissuto basato sull’empatia cognitiva, orientato al bene di tutti”. L’empatia cognitiva è la capacità di percepire come le persone si sentono nell’evolvere delle circostanze, mentre “orientato al bene di tutti” si traduce nella capacità di formare una squadra.

 

Non importa se lavori in una caffetteria o all’ispezione di un impianto - le aziende ormai assumono solo persone che sanno identificare i problemi e ideare delle soluzioni.

Milioni di persone vivono già secondo questa mentalità. Ma molte persone vivono ancora nel mondo del seguire le regole e del replicare le proprie competenze in modo ripetitivo. Si sentono dire dalla società: “Non abbiamo bisogno di te. E non abbiamo bisogno nemmeno dei tuoi figli”. Non c’è da sorprendersi se alcune di queste persone diventano reazionarie o reagiscono negativamente.

La grande sfida della nostra epoca, afferma Drayton, è fare in modo che ciascuno si percepisca come un agente del cambiamento. Per farlo, bisogna iniziare da giovani.

Tua figlia ha 12 anni e ti confessa un problema: a scuola i ragazzi sono sistematicamente aggressivi verso i compagni disabili. Si tratta di un momento cruciale. Interrompi quello che stai facendo e le chiedi se c’è qualcosa che lei crede di poter fare per risolvere il problema, non per un solo compagno ma per tutte le volte in cui si verificherà un episodio simile. Pochi ragazzi prendono l’iniziativa per risolvere il primo problema che incontrano, ma alla fine arrivano ad essere in possesso di un’idea che hanno loro stessi concepito. Il compito dell’adulto a questo punto è quello di farsi da parte. Mettere la ragazza alla guida.

Una volta che una ragazza ha un’idea, mette in piedi una squadra e produce un cambiamento nel proprio mondo, è una changemaker. Ha un potere. Andrà avanti e organizzerà altre squadre. E ci sarà sempre qualcuno che avrà bisogno di lei.

Drayton domanda ai genitori: “Vostra figlia ha una consapevolezza da changemaker? Agisce in modo tale da produrre cambiamento?” E dice loro: “Se non potete rispondere “sì” a queste domande, avete del lavoro urgente da fare”.

In un’altra epoca, prosegue Drayton, la società si è accorta del bisogno di un’alfabetizzazione universale. Oggi le scuole devono sviluppare i curriculum e i criteri valutativi per rendere universale la prospettiva da changemaker. Devono realizzare che è questo il criterio per avere successo.

Ashoka ha studiato i movimenti sociali per scoprire come questo tipo di cambio di mentalità possa essere promosso. È venuto fuori che i movimenti di successo seguono percorsi simili.

Innanzitutto, raggruppano un gruppo di organizzazioni capaci e volenterose (Ashoka sta lavorando con la Arizona State University e la George Mason University). Poi, il gruppo si apre a tutti (non puoi sapere chi se ne uscirà con l’idea fondamentale). Infine, il movimento crea quasi una soap opera, mettendo in scena episodi quotidiani (il movimento per i diritti civili creò dei veri e propri drammi televisivi con i buoni e i cattivi, come nel caso della marcia da Selma). 

 

Mi domando se tutti vogliano essere dei changemaker come nella visione di Drayton. Mi interrogo rispetto a quelle visioni sociali che sono fondamentalmente politiche. Puoi avere una nazione piena di changemaker locali, ma se il governo è marcio, il loro lavoro può fare ben poco. Il settore del sociale non ha mai veramente affrontato la questione della presenza permanente di colpe.

Ma il genio di Drayton sta nella sua capacità di identificare nuove categorie sociali. Da quando ha inventato la categoria degli imprenditori sociali 36 anni fa, centinaia di migliaia di persone hanno detto, “Sì, è questo ciò che voglio essere”. Quella dei changemaker è un’espansione di tale categoria.

Le trasformazioni sociali derivano da trasformazioni personali. Cambi il mondo nel momento in cui adotti un nuovo e più interessante stile di vita. E Drayton vuole rendere universale una qualità che molte persone non prendono neanche in considerazione: la capacità di azione sociale da parte dell’individuo.

Milioni di persone non sentono di avere il controllo sulle proprie vite. Se potessimo dare a ciascuno l’opportunità di fare l'esperienza di un momento di azione di impatto sociale, di esprimere attivamente amore e rispetto, le ripercussioni cambierebbero davvero il mondo. 

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