Storia edita da un curatore
scuola
Sorgente: ashoka
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Negli ultimi anni ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere e visitare decine di scuole innovative in tutta Italia. In questo viaggio per lo Stivale ho parlato con centinaia di docenti e dirigenti scolastici e ho potuto vedere che la scuola italiana è piena di innovatori. Durante i miei colloqui alla ricerca delle Scuole Changemaker mi sono fatto un’idea del profilo di un docente o un dirigente scolastico “changemaker”, capace di portare cambiamento positivo. Credo che un docente, o dirigente, changemaker possa essere descritto come moderno Ulisse per tre elementi che caratterizzano le sue azioni: il “perché”, il “cosa” e il “come”.

PERCHE’

La mia domanda preferita ai docenti innovatori era proprio “perché?”. Si sa, un docente innovatore lavora tanto, perciò ne chiedevo il motivo: “Perché lo fai? Perché lavori mattina e sera, perché sbattersi così tanto?”. Non penso di stupirvi scrivendo che nessuno mi ha detto “lo faccio per soldi”. In realtà io ponevo questa domanda due volte, una di seguito all’altra. La prima risposta infatti era sempre molto standard. I docenti mi rispondevano dicendo “perché è giusto”, “perché è il mio lavoro”, “perché ci credo”… tutte motivazioni vere e corrette. Poi però lo chiedevo un’altra volta: “Sì… ok… ma perché?”. E per rispondere a questa domanda raccontavano le vere ragioni. Quelle che ti tengono sveglio di notte, quelle che suonano alcune corde del cuore profonde, quelle che ti fanno capire che lavorare a scuola in questo modo non è solo un mestiere ma una vocazione. Essere un docente changemaker è rispondere ad una chiamata profonda, un’urgenza, è seguire quell’ardore che “né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né il debito amore/ lo qual dovea penelopé far lieta” vincer poterono. E questa urgenza non è solo personale ma anche civile e politica, di interesse per il bene comune.

Il mondo è da sempre in transizione, ma la velocità del mutamento odierno è senza precedenti e sta completamente trasformando il nostro modo di vivere, lavorare e interagire. Se in passato un’innovazione poteva impiegare millenni a diventare la norma, i millenni sono diventati secoli e ora il cambiamento è così rapido da essere più veloce della durata media della vita di una persona: pertanto, tutti noi siamo chiamati ad affrontare il cambiamento sociale. Quarant’anni fa non c’era internet, quindici anni fa non avevamo lo smartphone, dieci anni fa non esistevano Whatsapp e Instagram. Come possiamo pensare di continuare ad insegnare le stesse cose, negli stessi spazi, nello stesso modo?

Ecco dunque che un docente changemaker è Ulisse perché sente l’ardore personale, civile e politico al cambiamento e a mettersi per mare.

 

COSA

Quando chiedo ai docenti quanti di loro hanno sentito almeno una volta nell’ultimo anno scolastico da parte di un collega la frase “Si, ma tanto la scuola non può cambiare?” più del 90% di loro alza la mano. Frasi come queste sono molto diffuse nelle scuole italiane e nei discorsi più o meno virali attorno alla scuola. Queste frasi hanno contribuito a creare una narrazione così solida e potente che nel tempo si è indurita ed ha formato delle vere e proprie enormi colonne. Sono le Colonne d’Ercole della scuola italiana. Quello che, ti hanno detto, non puoi superare. I limiti che non puoi varcare.

In realtà, come nel mito, la maggior parte di queste Colonne vivono nell’immaginario dei docenti e ogni lavoratore della scuola possiede gli strumenti per superarle ogni giorno perché si trovano nel campo di azione di ciascuno di noi. Uno degli esercizi che faccio spesso con i docenti è quello di chiedere loro di scrivere sui post-it tutti i problemi della scuola italiana e di attaccarli al muro. Di solito si tratta di una lista chilometrica. In un secondo momento chiedo loro di dividere i problemi fra quelli alla loro portata e quelli che sono fuori dalla loro area di competenza, come per esempio un framework di competenze dell’Unione Europea o gli assi di finanziamento del PON. La grande maggioranza dei post-it viene posizionata dai docenti stessi nella sezione “alla loro portata”, e dunque si tratta di problemi risolvibili.

Ecco allora che il docente innovatore è Ulisse perché sa che può cambiare le cose, è riuscito a decolonizzare l’immaginario dalla rassegnazione e dall’abitudine. Ha sentito che non è fatto “per viver come bruto” ma ha voluto seguire “virtute e canoscenza”. Ogni giorno, con il suo lavoro, ci dimostra che superare le Colonne d’Ercole è possibile e necessario. E il primo passo per farlo è domandarsi quali siano le Colonne d’Ercole della scuola italiana, quali siano quelle della mia scuola, e quali siano le mie personali Colonne d’Ercole.

 

COME

Sì, è importante il “perché” e il “cosa”, ma “come” può un docente essere changemaker? Sono riuscito a trovare tre modi in cui un docente innovatore riesce ad innovare la scuola. Il primo è senza dubbio con un po’ di sana, lucida, follia. Anche Dante ne parla: “de remi facemmo ali al folle volo”. In realtà non si tratta di vera follia. Nel gergo tecnico questa si chiama “visione” e i folli sono degli “innovatori”. Pensate come deve essere stato visto e giudicato un dirigente che dice che nella sua scuola si applicherà il metodo Dada, che ragazzi impareranno tramite il debate, che le aule saranno arredate secondo la filosofia Feng Shui, che i libri saranno scritti dai docenti e dai ragazzi insieme o che ci sia un’ora la settimana di educazione affettiva. Follia o visione? Secondo la teoria della diffusione delle innovazioni di Rogers, il 2,5% di persone di una data popolazione è costituita da innovatori che portano una nuova idea o pratica nel settore di riferimento a cui aderiranno nel tempo tutti gli altri. Questo significa che il restante 97,5%, la pensa in maniera diversa. E se sei un innovatore e vuoi che quello che proponi divenga la norma, un po’ di follia è necessaria.

Ed ecco che entra in campo il secondo modo: fare squadra. Ulisse diceva “con quella compagna picciola dalla qual non fui diserto”. Da soli non si va da nessuna parte. Un dirigente che innova senza una squadra riesce ad innovare solo il suo ufficio, forse. Un docente che non ha alleati riuscirà a raggiungere i ragazzi della sua classe solo per le sue ore. Riuscirà dunque ad innovare 6 delle 40 ore del curriculo settimanale o delle 112 ore in cui un ragazzo in media è sveglio durante la settimana. Impatto: meno di zero. E fare squadra è difficilissimo. Ma i docenti e i dirigenti sanno lavorare in squadra? È una competenza che va al di là di quelle classiche che immaginiamo siano utili e necessarie per un docente.

La professione del docente è completamente diversa rispetto a quella stessa professione esercitata 40 anni fa. Questo ci interroga su quali competenze richieda questa nuova professione. Oltre alla formazione disciplinare e didattica è necessario sviluppare competenze trasversali che saranno utili per applicare quelle discipline e quelle innovazioni didattiche al fine di un vero successo formativo. Un dirigente innovatore conosce le sue carenze e ci lavora insieme agli altri, delegando a chi è più bravo di lui. Emerge quindi una figura di leader diversa. Non è un uomo solo al comando, un supereroe, il mito dei ragazzi, il self made manÈ un uomo o una donna empatico, che sa riconoscere i suoi limiti, che forma una squadra con la quale superare le Colonne d’Ercole. Un leader coerente, che mette in pratica ciò che insegna. ​

Ecco dunque il terzo modo. Un innovatore ha capito il profondo significato della parola educare. E-ducere, tirare fuori. È uno sforzo enorme ma che non è rivolto solo ai propri studenti. L’innovatore, Ulisse, si educa, costantemente. “Ma misi me per l’alto mare aperto”. Si fa molta fatica ad educarsi. Ma Ulisse sa che la fatica, il vento, Circe e i Lestrigoni sono proprio ciò che renderà Itaca così dolce.

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