Empatia come modo di essere

Conversazione con Sonali Oiha, Fellow di Ashoka e fondatrice della Dreamcatchers Foundation. 

Quando alla fine del 2004 vi fu il devastante tsunami nell’Oceano Indiano, centinaia di organizzazioni di soccorso accorsero sulla scena. Anche l’organizzazione di Sonali Ojha, la Dreamcatchers Foundation, era tra queste – ma per svolgere una funzione molto diversa da quella di primo soccorso e salvataggio.

Sonali era lì per creare uno spazio di dialogo, recupero e confronto collettivo, in modo da aiutare i giovani e le comunità intorno ad essi a superare il trauma derivante dall’evento catastrofico. In mezzo al trambusto e alla tragedia, Sonali coltivò uno spazio intergenerazionale ricco di empatia, che ha permesso alla comunità di trovare la propria via di uscita.

Da oltre dieci anni la Dreamcatchers Foundation è impegnata in quest’opera, grazie all’utilizzo di un modello di apprendimento partecipativo e incentrato sul bambino, al fine di aiutare i giovani in tutto il mondo a connettere le proprie risorse e a progredire verso la loro visione del futuro. 

Mentre la maggior parte delle organizzazioni che lavorano con i bambini e i ragazzi di strada provvedono a questioni come cibo, vestiti e un tetto, l’esperienza di Sonali nel lavorare con i bambini e i ragazzi è che affinché imparino a vivere una vita sana e produttiva, essi necessitano anche di un supporto emotivo da parte degli adulti che lavorano con loro.

Sonali ha aiutato innumerevoli comunità di giovani a dialogare sulle proprie visioni individuali e collettive, arricchite da storie di vita e circostanze. Sia che il lavoro sia in un orfanotrofio o in una zona post-catastrofe, con bambini o con gruppi intergenerazionali, il processo contempla sempre che si coltivi un livello profondo di comprensione e interconnessione tra i partecipanti. Sonali cerca il più possibile di cedere il ruolo di facilitatrice ad altri, incoraggiandoli a dare forma all’atteggiamento empatico che vorrebbero trovarsi davanti.

Qui Sonali riflette su come l’empatia debba entrare a far parte della cultura scolastica e su come i genitori possano aiutare a coltivare l’empatia anche a casa.

Ashoka: Come si costruisce una cultura della scuola nella quale l’empatia sia praticata quotidianamente?

Ojha: Una delle questioni veramente importanti per trasformare una scuola, o introdurre l’empatia tra gli insegnamenti dei genitori, è quella di rendere le persone consapevoli che l’empatia non è qualcosa del tipo “prendiamoci 20 minuti oggi per essere empatici”. L’empatia ha a che fare con la creazione di un livello di attività e coinvolgimento nella vita scolastica, tale che dal momento in cui entri nella scuola al momento in cui ne esci, non importa la natura del tuo coinvolgimento: sarai invariabilmente interpellato e posto in situazioni in cui ti troverai ad agire empaticamente.

Per un bambino che entra a scuola alle 9 di mattina ed esce alle 4 di pomeriggio, quali sono i cicli di coinvolgimento che attraversa? E all’interno di ciascun ciclo, come si configura un incontro empatico? Come assicurarsi che un incontro empatico avvenga? Se i bambini iniziano ad avere ripetutamente questo tipo di esperienza, si formeranno di conseguenza. I bambini imparano attraverso il ripetere, ripetere e ripetere cose. E il loro modo di vivere si definisce di conseguenza.

Il culmine dell’empatia si ha quando tre persone possono trovarsi insieme e ascoltarsi l’un l’altra senza bisogno di dominarsi a vicenda. Sono consapevoli che tutti e tre vengono da una posizione giusta per le giuste ragioni e che ciò che hanno da offrire con la propria visione del mondo e prospettiva è valido e rilevante. Come facciamo a interconnettere i valori che queste tre persone hanno da offrire e trovare il giusto appiglio che li legherà insieme in modo da creare il cuore della storia? In questo sta l’azione empatica. Questo è ciò che determina la forza e l’impatto non di una visione tradotta in azione, ma di tre visioni che si uniscono e si traducono in un’unica azione - che è molto, molto potente.

Ashoka: Quali sono alcuni modi in cui i genitori o gli insegnanti possono coltivare questo tipo di empatia?

Ojha: Tre cose. Primo, avere una conversazione alla volta. Gran parte della conversazione è basata su: io dico una cosa, tu reagisci ad essa, io reagisco a te, e tu reagisci a me. Provate a passare dalla conversazione reattiva a una conversazione dove tu dici il tuo, poi permetti a tuo marito di dire la sua, poi permettete a vostro figlio di dire la propria, e così anche al vostro secondo figlio. E poi, chiediti se tutte le reazioni che hai trattenuto sono ancora valide. Vuoi davvero dire quella cosa? Le persone realizzano che il modello reattivo è davvero solo il primo modello nel più profondo processo di dialogo e ascolto genuino.

Due: dimenticate il controllo e, invece, ascoltate. Ricordate vostro figlio all'età di due o tre anni e domandatevi perché eravate così colmi di meraviglia per lui o lei. Cosa c’è stato di così meravigliante in quel bambino dal giorno in cui è stato concepito al giorno in cui ha compiuto cinque o sei anni? E qual è stato il punto di svolta nella vostra vita in cui avete smesso di essere così pieni di meraviglia e avete iniziato a credere di dover recitare un ruolo differente? Come siete passati a quel ruolo, e cosa è andato perso durante il processo?

Questo è il punto fondamentale dove i genitori si smarriscono: finché il bambino è questa piccola cosina troterellante, sono incondizionati. E nel momento in cui il bambino passa attraverso un processo di sviluppo, in cui sviluppa la proprio identità, o sviluppa x, y o z, inizia questo tremendo desiderio di controllo. Così, l’incondizionato si trasforma in una relazione di controllo, e diventa basata su in chi e in cosa desidero plasmare mio figlio. Ci sono differenze tra culture, ma il ruolo che i genitori stanno assumendo ultimamente è molto simile.

Perché non rinunciare al desiderio di controllare tuo figlio e lasciare che definisca chi è? Perché quell’esitazione a tirarsi indietro e semplicemente ascoltare? I genitori sono molto spaventati all’idea di scoprire chi i loro figli potrebbero voler essere e che scoprano cose che loro stessi non hanno mai preso in considerazione.

Infine, dare a ciascuno la possibilità di contribuire. Un punto critico è imparare come dare a ciascuno carta bianca. Se vuoi andare a fare un picnic di famiglia, può ciascun membro decidere individualmente se e in che modo è importante per lui o per lei, e puoi permettere che si concretizzi?

Una volta che lasci quello spazio e permetti che si realizzi, puoi trovare il coraggio di avere una conversazione riguardo a ciò che significa per ciascuno? Come genitore, potresti essere riluttante all’idea di tua figlia di andare a fare il picnic per scovare tutti i vermi. Ma quando davvero trascorri quel tempo con tua figlia e capisci il motivo per cui lo sta facendo – che non lo sta facendo per distruggere la vita, ma che sta cercando di esplorare come la vita funziona e cosa sono queste creature – allora forse guarderai all’intera questione in modo differente, e non la chiuderai più con un “Non credo che trattare i vermi in quel modo vada bene”.

Lasciare spazio alla visione di ciascuno, permettere che si realizzi, e quindi avere il coraggio di chiedere: “Cosa ha significato per me e per te”?