L'imprenditoria sociale viene fraintesa?

Storia edita da un curatore
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Di Michael Zakaras

Nell’ultimo numero della Stanford Social Innovation Review, Marshall Ganz, Tamara Kay e Jason Spicer muovono una dura critica al campo dell’imprenditoria sociale, spingendosi fino a definire l’insieme delle attività del settore come una sopravvalutata “distrazione”. L’argomento principale degli autori è che l’imprenditoria sociale ha a che fare principalmente con innovazioni tecniche in risposta soprattutto a problemi di conoscenza, mentre invece i problemi collettivi più importanti hanno a che vedere con il potere. E le questioni di potere, suggeriscono gli autori, possono essere affrontate solo attraverso il tipo di iniziativa democratica che ha alimentato i movimenti per i diritti civili, l’educazione pubblica, la tutela dell’ambiente e altro. Il campo dell’imprenditoria sociale, sostengono, sottovaluta o va volutamente a minare la voce dei cittadini e il ruolo dei governi nel plasmare il tipo di società nella quale vogliamo vivere.

Ashoka è stata esplicitamente menzionata e abbiamo dunque ritenuto opportuno rispondere direttamente. È vero che Ashoka per prima ha coniato le espressioni “imprenditoria sociale” e “imprenditore sociale” e che supporta le loro idee e organizzazioni dal 1980 – lavoro che continua tuttora in oltre 80 paesi. Ma leggendo l’articolo ci è sembrato che i punti fondamentali venissero trascurati o travisati. 

Eccone tre ragioni:

1. L’imprenditoria sociale è guidata da un impegno verso il cambiamento a livello sistemico, non necessariamente orientato ai mercati e ai modelli di profitto. 

Gli autori prendono in considerazione un ampio e diversificato insieme di attività e ne danno una definizione estremamente ristretta. Sebbene sia vero che alcuni credano magari che “i mercati, non i governi, producono i migliori risultati in campo sociale ed economico”, questo è difficilmente il principio guida dietro al lavoro di Ashoka o alla più ampia maggioranza di approcci presenti nella rete degli Ashoka Fellow.

Alcuni imprenditori sociali lavorano per dar vita o migliorare alcuni mercati, altri lavorano a stretto contatto con i governi per migliorare l’erogazione di servizi fondamentali, o per cambiare direttamente le politiche pubbliche che regolano tali servizi. Molti imprenditori sociali fanno entrambe le cose. Prendiamo Kailash Satyarthi, per esempio, un Ashoka Fellow dal 1993 che ha recentemente vinto il Nobel per la pace. Kailash ha assistito da vicino all’impiego illegale di manodopera minorile nel settore della manifattura dei tappeti – un problema che era ampiamente non visto (o volutamente ignorato) sia in paesi come India e Afghanistan dove i tappeti venivano realizzati, sia nei mercati principalmente occidentali dove i tappeti venivano venduti. Il suo impegno decennale per porre fine al lavoro minorile ha generato un sistema interamente nuovo di identificazione di prodotti “child-labor free”, adottato in dozzine di paesi. Nel frattempo il suo contributo è stato determinante per rendere l’istruzione gratuita e obbligatoria parte della Costituzione indiana, nel 2009, dopo aver realizzato che quando i bambini non andavano a scuola era molto più probabile che finissero nelle fabbriche.

Lontano dall’essere guidato da un credo neoliberista in un mercato senza restrizioni, il suo lavoro era motivato dal bisogno urgente di costruire mercati più etici e dar vita a un movimento globale di consumatori consapevoli, che continua a crescere ed evolvere ancora oggi.

Come Kailash, gli Ashoka Fellow parte della nostra rete si svegliano ogni giorno pensando a come ridurre o eliminare problemi profondi e strutturali della nostra società. Li chiamiamo “imprenditori” non perché guidano un’impresa (con il profitto come obiettivo principale) ma perché hanno la capacità visionaria, la creatività, la dedizione e il pragmatismo per vedere come sarà il mondo 5-10 anni in anticipo rispetto a chiunque altro e di costruire un percorso concreto per condurci a quel punto. 

Invitiamo i lettori della SSIR a tornare a leggere l’ottimo articolo di Martin e Osberg intitolato “Social Entrepreneurship: The Case for Definition” (Spring 2007). Concetto chiave nella loro definizione è che gli imprenditori sociali non si accontentano di sviluppare una implementazione specifica di una nuova soluzione, ma sono invece focalizzati sul “contribuire all’instaurarsi di un nuovo equilibrio stabile che assicuri benefici permanenti per il loro gruppo di beneficiari e per la società in senso ampio”.

2. La maggior parte degli imprenditori sociali di Ashoka prende in considerazione problematiche di potere – incluse quelle che hanno origine (e sono perpetuate) da una politica che esclude ampi gruppi di persone

In diversi continenti e campi di intervento, gli Ashoka Fellow lavorano per ribilanciare un equilibrio che in quel momento perpetua esclusione, ingiustizia e sofferenza. E piuttosto che minare deliberatamente il ruolo governativo e della voce democratica, molti Ashoka Fellow svolgono la propria attività in risposta a politiche che danneggiano le persone o che non sono state in grado di raggiungere determinati risultati.

Prendiamo come esempio la decennale filosofia della “guerra al crimine” che ha prosperato in tutti gli Stati Uniti, dai centri urbani ai piccoli centri abitati. Le implicazioni – nella forma di sentenze minime obbligatorie e pene altamente punitive (e inique) in relazione alle droghe, tra le altre – hanno provocato danni enormi a più di una generazione, in particolare nelle comunità di colore. Solo molto di recente è emerso un ampio consenso pubblico – con il supporto politico sia da sinistra che da destra – intorno al fatto che il sistema di giustizia penale necessita di una riforma significativa.

Nel frattempo, gli Ashoka Fellow hanno lavorato in modi creativi per affrontare il problema dell’incarcerazione di massa e spostare l’equilibrio di potere nel sistema di giustizia penale. Raj Jayadev, per esempio, ha creato una nuova attività chiamata “difesa partecipativa” dove le comunità maggiormente afflitte dall’incarcerazione di massa agiscono come estensione della difesa legale e come risultato spostano gli esiti dei casi giudiziari. La loro opera ha già permesso di evitare oltre 4000 anni cumulativi di carcere. Ora stanno esercitando pressione per una significativa riforma delle misure di cauzione in California.

Oppure c’è la Ashoka Fellow Ai-jen Poo, fondatrice della Alleanza Nazionale dei Lavoratori Domestici – la prima organizzazione di questo tipo che cerca di promuovere condizioni lavorative migliori per questa ampia e crescente porzione della forza lavoro.

 […] Imprenditori sociali come Raj e Aj-sen conoscono bene l’importanza del sistema politico, ma capiscono anche che spesso serve agire al di fuori del sistema per spingere riforme innovative, dimostrare che qualcosa funziona e infine costruire la volontà politica di integrare le nostre normative e leggi con cambiamenti significativi. La maggior parte di loro punta a lavorare con alleati nel settore pubblico che possano aiutarli a far sposare l'innovazione con il bacino di utenti e la credibilità governativa.

3. Il potere nascosto degli imprenditori sociali è la capacità di dare voce e aprire la strada per l’azione civica da parte di tutti.

Uno dei contributi più significativi apportati dagli Ashoka Fellow è quello di creare delle opportunità per i cittadini “ordinari” di prendere posizione e impegnarsi per il bene comune. In un momento in cui molti si sentono saturi della politica tradizionale, gli imprenditori sociali forniscono alle persone la motivazione e i percorsi per dare un contributo come changemaker – spesso superando la frattura politica che sta paralizzando la democrazia.

Gli esempi sono molteplici: camionisti che si uniscono come parte di un sistema umano di allerta sul traffico, surfisti che raccolgono campioni di acque oceaniche in tutto il mondo per permettere una migliore comprensione della presenza e delle implicazioni delle microplastiche nelle acque, donne con compagni detenuti che si trovano e supportano l’un l’altra attraverso reti che fanno advocacy per cambiare il sistema. In ogni circostanza, la potenza dell’imprenditore sociale è tanto forte quanto la sua capacità di coltivare un’idea più grande di se stesso. Questo tipo di leadership – guidato dall’empatia e dall’autenticità e con radici nella comunità – è il modello rappresentato dai nostri Fellow in tutto il mondo.

Il motto dei Camionisti contro il Traffico, un’organizzazione guidata da Kendis Paris, è “Everyday Heroes Needed” – e il suo successo dipende della condivisione di ciascun camionista della missione dell’organizzazione. Una volta che esiste questa condivisione, chi la sperimenta inizia a guardare al mondo con un nuovo senso di responsabilità e finalità. Questo è l’incantesimo dell’imprenditoria sociale che Ganz, Kay e Spicer tralasciano. Per 35 anni dalla nascita del settore, gli imprenditori sociali hanno mostrato non solo come fondere innovazione e cambiamento sociale, ma anche come spronare i cittadini in tutto il mondo a farsi avanti e plasmare una società migliore. In un certo senso, ci forniscono una strategia per l'azione effettiva quando i governi, il settore privato o perfino i filantropi ci deludono. Più imprenditori sociali esistono e più strategie abbiamo, più rapidamente possiamo risolvere i problemi e guadagnare fiducia nella nostra capacità di affrontare i problemi successivi.

In conclusione, una delle promesse più importanti dell'imprenditoria sociale è quella di contribuire a dar forma a un mondo in cui i problemi non sovrastino le soluzioni - e dove tutti noi possiamo contribuire al bene comune. Ashoka chiama questo un mondo in cui "ciascuno è attore del cambiamento" (Everyone A Changemaker) ed è la nostra visione guida. Immaginiamo che risuoni anche a Ganz, Kay and Spicer perché non è diversa da una azione collettiva e democratica per come la dipingono. Speriamo che si possa progredire verso il rafforzamento di una direzione comune e continuare a imparare gli uni dagli altri mentre continuiamo a impegnarci per il cambiamento. 

 

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